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Il calcio è poesia - Quite a few are called legends

21-11-2015 19:52 - La Spezia
Wembley Stadium (foto Armando Napoletano)

Bobby Moore

Many footballers became heroes. Quite a few are called legends. Inizia così un magnifico libro scritto da un corrispondente del Times, Matt Dickinson, sulla storia e sul calcio di un giocatore passato tra paradiso e purgatorio, a 51 anni, a miglior vita, dopo aver fatto vedere la classe pura del calcio. Si chiamava Bobby Moore, ed ha alzato al cielo, sorretto dai compagni, la coppa del mondo del 1966; quella che gli inglesi si confezionarono in casa, con qualche arbitro compiacente, una traversa amica, ma soprattutto una squadra che, come diceva Sir Alf Ramsey da un anno " doveva vincere quel titolo". E lo vinse. Bobby Moore rappresenta per la storia del calcio quello che ha rappresentato Gaetano Scirea per il nostro paese; numero 6, un tiolo mondiale, una carriera segnata da una fine prematura, spesa per un grande club. Moore ne fece una da eroe, in uno stadio che gli ha dedicato una tribuna, 544 partite con il West Ham. Ebbe un cancro, riprese a giocare, fu ancora colpito dal male, morì, tanta gloria persa in un attimo; la sua ultima gara in nazionale fu la sconfitta dell´Inghilterra a Wembley contro l´Italia, gol di Capello. Al West Ham non gli hanno neppure concesso la partita d´addio, che nella sostanza fu un match del campionato riserve. Iniziò a giocare che era lento, colpiva male di testa, sembrava assente; finì con essere un giocatore come pochi. "L´unico difensore al mondo che sappia con 20" di anticipo dove va la palla", disse di lui Jock Stein. Gloria e sfortuna, destino, quel diavolo che quando tutto è fermo vola. Rincorse per una vita il titolo mondiale, e quella finale con la Germania rischiò di non giocarla, con Ramsey tentato di sostituirlo con Norman Hunter. Lui non disse nulla, finchè gli consegnarono la divisa:"Thanks", rivolto al magazziniere. Fu tutto. Un fuoriclasse al quale piaceva bere birra, come a tanti inglesi, ed appassionarsi per il calcio. Poco prima di morire, al Boleyn Ground, gli negarono un accredito. Un po´ come vietare ad un uomo di entrare a casa sua. Quella statua in bronzo, eretta nel 2007, l´effige degli undici eroi della finale appena sotto, con lui al centro in rilievo, e la sua maglia ritirata per sempre, hanno restituito poco in confronto. Il destino, aggrovigliato a lui, lo aveva preso e portato via. Senza riuscire a cancellare la sua figura, che rimane in alto, che vedi dal basso quando arrivi in quello stadio, quasi una diversa dimensione. E devi faticare in salita per raggiungerla. Quasi a significare che si ´quite a few are called legends´

ARMANDO NAPOLETANO


Fonte: UNVS La Spezia

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