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MAZZOLA E LA MAGIA DEL CALCIO

22-03-2015 10:55 - La Spezia
Mazzola, Facchetti

Dialoghi di calcio, rotolando con un pallone
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Poche domande a Sandro Mazzola, partendo dai più piccoli. I bambini di oggi percepiscono ancora la magia del calcio e solo l'industria che esso genera, l'economia che produce? Si parla di stadi pieni di ragazzi in curva per migliorare la cultura dello sport: "La cultura del calcio si insegna sui campi. Noi, dietro alla chiesa di San Lorenzo, ne avevamo uno di 20 per 30 e cui giocavamo in 40. Imparavamo a dribblare, a scartare, a correre nello stretto, al contatto fisico, era sport. Oggi se togli Totti o Di Natale, non c'è un solo giocatore italiano che sappia fare un dribbling da strada. Tutti vogliono diventare atleti, di un gioco però che come tale richiede di esser giocato. Con i piedi e la testa. Io vedo meno gente negli stadi ma soprattutto tanti stranieri in campo, e moltissimi di paese poveri, gente che l'arte l'ha imparata proprio tra la polvere ed il cemento" Ci sono dei gol che hanno fatto la sua storia, che vanno raccontati ai bambini come fiabe e che restano sulla pelle?:"Si, ci sono gol che ti fanno capire quanto tu possa amare il calcio, senti i brividi come un innamoramento, un qualcosa di forte. Rimani a bocca aperta anche tu, come quando ti raccontavano le favole da bambino. Come quello che segnai al Real Madrid nella finale del 1964, il primo dei due che decisero la gara. Io, il Real Madrid l'avevo visto fino ad allora solo in cambio di una Spuma Giommi. La prendevi al bar sotto casa al bancone e ti facevano sedere per vedere la televisione, e le partite. Le coppe dei Campioni erano solo roba Real Madrid. Io, Puskas o Di Stefano o Gento li vedevo solo da lontano. A Vienna, quel giorno, 27 maggio del 1964, ero al loro fianco. Per raggiungere il campo, ci fecero passare sotto la tribuna quasi al buio ma io bloccai la fila. Continuavo a guardare Di Stefano ed ero fermo, mi sembrava alto 2 metri, gigantesco, un molosso. Dopo qualche abbondante minuto, Suarez mi diede una pacca sulle spalle e mi disse 'Noi andiamo, tu continui a guardare Alfredo o vieni a giocare?'. Feci quel gol al 43' del primo tempo ma per me è come se la partita fosse finita lì; vedevo passare Santamaria, anche lui mi sembrava altissimo, e contemplavo questo giocatore che aveva vinto il mondiale con Ghiggia e Schiaffino, e poi gli altri. Come fossi in un parco giochi. Non sembrava semplicemente vero"

Armando Napoletano, Scrittore/Giornalista Sportivo

Fonte: UNVS La Spezia

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